Io un’epoca più deprimente ed insulsa di quella che stiamo vivendo, diciamo pure dagli anni 2000 in poi, non me la sarei mai immaginata. I germi evidentemente c’erano già, ma lo sgretolamento inesorabile ed inarrestabile di ogni valore che si dava per scontato non ha fatto che peggiorare con il passare degli anni, con l’avvento delle moderne tecnologie, con la sopraffazione della tecnica sull’uomo ( il professor Galimberti lo spiega in maniera eccellente nel suo saggio “Psiche e techne”).
Per non volare troppo alto, che non vale la pena parlando della contemporanea società occidentale, basta soffermarsi sulle sue evidenti ed apparentemente superficiali contraddizioni.
Questa è una società in cui non è più concesso invecchiare, perché “vecchio” è divenuto sinonimo di superato, sorpassato, inutile. I nostri avi, ahinoi, se in qualche altra forma immateriale dovessero ancora gravitarci attorno, si scompiscerebbero dalle risate: il ruolo del vecchio, nella società pre industriale, come non si stanca mai di ricordarci il giornalista e scrittore Massimo Fini, era di figura saggia e pertanto venerabile, fondamentale per la crescita e lo sviluppo delle generazioni future.
Nessuno osa più sentirsi vecchio: é tutta una gara a chi si dimostra più performante in ogni ambito, dalla vita privata a quella professionale. Perché se sei considerato vecchio sei tagliato fuori dalla vita sociale ( tranne se sei Berlusconi che ormai è in odore di santità, oltre che immortale).
Nel mondo del lavoro la parola d’ordine è: gggiovane, al contrario che negli anni Novanta, ad esempio, periodo vissuto da una me ventenne che ha dovuto farsi un discreto mazzo per riuscire ad affermarsi e ad emergere, in primis conseguendo una faticosissima laurea in Lettere.
Oggi sembra sia sufficiente essere giovani per essere percepiti come persone potenzialmente di successo e ricoprire ruoli, se non ai vertici del sistema, comunque gratificanti.
In televisione, in radio, nelle redazioni dei giornali e sul web, perlomeno, l’andazzo è questo. Meriti, titoli di studio ed esperienza passano in secondo piano.
Se hai la sfiga di essere momentaneamente fuori dal giro e di non avere più vent’anni non ti viene più richiesto il cv, ma quanti followers hai sui social. In questa drammatica inversione di valori, dove il prestigio si acquista a suon di like e di click, è evidente che una tik toker avrà più potere, perlomeno economico, di una novella Oriana Fallaci, colpevole di aver trascorso troppe ore sui libri e troppo poche da Sephora, a documentarsi sui nuovi gloss e sulle palette di tendenza.
In questa società vana ed inconsistente si deve però dimostrare di cavalcare battaglie, per carità, legittime, per i diritti civili di tutti. Non si può più usare il genere femminile o maschile per indicare una persona, perché potrebbe risultare offensivo per chi è gender fluid, non si può più augurare “buon Natale” per non urtare la sensibilità di chi non è di fede cristiana, però è consentito innalzare una barriera tra vax e no-vax, esacerbando gli animi già esasperati di tutti noi che abbiamo vissuto due anni di follia pandemica. A volte sembra di essere tornati ai tempi delle crociate per la veemenza dei toni, pur nell’evidente mancanza di una presa di posizione netta da parte di un governo “forte con i deboli e debole con i forti “, fedele specchio della nostra società.
Sono stata fortunata, lo ammetto: nella vita non ho lavorato un solo giorno avendo avuto il privilegio di poter fare il lavoro che amavo.
Oggi però, in questa società che più che liquida è ormai allo stadio gassoso, mi verrebbe da dire che lo amo un po’ meno. Ma non sarebbe la verità. La verità è che mi devo misurare ogni giorno con piccoli grandi soprusi, come chiunque si ritrovi ad elaborare pensieri più elaborati dello spazio di un tweet. E quando mi prende lo sconforto o mi assale una rabbia incontrollata per quelle situazioni che non ho più la forza e nemmeno il potere di cambiare, vado a camminare, magari in una giornata di sole, guardo il mio cane giocare felice e spensierato con una semplice pallina da tennis e mi pare che il significato autentico della vita risieda in quei momenti.
Francesca Roveda (Cheyenne)
