Cogito ergo dissento

Io un’epoca più deprimente ed insulsa di quella che stiamo vivendo, diciamo pure dagli anni 2000 in poi, non me la sarei mai immaginata. I germi evidentemente c’erano già, ma lo sgretolamento inesorabile ed inarrestabile di ogni valore che si dava per scontato non ha fatto che peggiorare con il passare degli anni, con l’avvento delle moderne tecnologie, con la sopraffazione della tecnica sull’uomo ( il professor Galimberti lo spiega in maniera eccellente  nel suo saggio “Psiche e techne”).
Per non volare troppo alto, che non vale la pena parlando della contemporanea società occidentale, basta soffermarsi sulle sue evidenti ed apparentemente superficiali contraddizioni.

Questa è una società in cui non è più concesso invecchiare, perché “vecchio” è divenuto sinonimo di superato, sorpassato, inutile. I nostri avi, ahinoi, se in qualche altra forma immateriale dovessero ancora gravitarci attorno, si scompiscerebbero dalle risate: il ruolo del vecchio, nella società pre industriale, come non si stanca mai di ricordarci il giornalista e scrittore Massimo Fini, era di figura saggia e pertanto venerabile, fondamentale per la crescita e lo sviluppo delle generazioni future.
Nessuno osa più sentirsi vecchio: é tutta una gara a chi si dimostra più performante in ogni ambito, dalla vita privata a quella professionale. Perché se sei considerato vecchio sei tagliato fuori dalla vita sociale ( tranne se sei Berlusconi che ormai è in odore di santità, oltre che immortale).

Nel mondo del lavoro la parola d’ordine è: gggiovane, al contrario che negli anni Novanta, ad esempio, periodo vissuto da una me ventenne che ha dovuto farsi un discreto mazzo per riuscire ad affermarsi e ad emergere, in primis conseguendo una faticosissima laurea in Lettere.
Oggi sembra sia sufficiente essere giovani per essere percepiti come persone potenzialmente di successo e ricoprire ruoli, se non ai vertici del sistema, comunque gratificanti.
In televisione, in radio, nelle redazioni dei giornali e sul web, perlomeno, l’andazzo è questo. Meriti, titoli di studio ed esperienza passano in secondo piano.

Se hai la sfiga di essere momentaneamente fuori dal giro e di non avere più vent’anni non ti viene più richiesto il cv, ma quanti followers hai sui social. In questa drammatica inversione di valori, dove il prestigio si acquista a suon di like e di click, è evidente che una tik toker avrà più potere, perlomeno economico, di una novella Oriana Fallaci, colpevole di aver trascorso troppe ore sui libri e troppo poche da Sephora, a documentarsi sui nuovi gloss e sulle palette di tendenza.

In questa società vana ed inconsistente si deve però dimostrare di cavalcare battaglie, per carità, legittime, per i diritti civili di tutti. Non si può più usare il genere femminile o maschile per indicare una persona, perché potrebbe risultare offensivo per chi è gender fluid, non si può più augurare “buon Natale” per non urtare la sensibilità di chi non è di fede cristiana, però è consentito innalzare una barriera tra vax e no-vax, esacerbando gli animi già esasperati di tutti noi che abbiamo vissuto due anni di follia pandemica. A volte sembra di essere tornati ai tempi delle crociate per la veemenza dei toni, pur nell’evidente mancanza di una presa di posizione netta da parte di un governo “forte con i deboli e debole con i forti “, fedele specchio della nostra società.

Sono stata fortunata, lo ammetto: nella vita non ho lavorato un solo giorno avendo avuto il privilegio di poter fare il lavoro che amavo.
Oggi però, in questa società che più che liquida è ormai allo stadio gassoso, mi verrebbe da dire che lo amo un po’ meno. Ma non sarebbe la verità. La verità è che mi devo misurare ogni giorno con piccoli grandi soprusi, come chiunque si ritrovi ad elaborare pensieri più elaborati dello spazio di un tweet. E quando mi prende lo sconforto o mi assale una rabbia incontrollata per quelle  situazioni che non ho più la forza e nemmeno il potere di cambiare, vado a camminare, magari in una giornata di sole, guardo il mio cane giocare felice e spensierato con una semplice pallina da tennis e mi pare che il significato autentico della vita risieda in quei momenti.

Francesca Roveda (Cheyenne)

Il diritto di invecchiare (in pace)

Abstract: In occasione dell’uscita dell’attesissimo And just like that, reboot di Sex and the City, l’attrice Sarah Jessica Parker, che interpreta l’iconico personaggio di Carrie Bradshow, ha stroncato in maniera impeccabile le critiche sul suo aspetto invecchiato 

TEXT:

Così ha risposto l’attrice e produttrice cinematografica Sarah Jessica Parker alle critiche per il suo attuale aspetto  “vissuto” : “…sembra che le persone non vogliano vederci a posto con noi stesse, preferiscono che soffriamo un po’ per quello che siamo oggi, sia che decidiamo di invecchiare in maniera naturale o che proviamo a fare qualcosa per sentirci meglio” ed ancora “..so come sono. Non ho scelta. Cosa ci posso fare? Smettere di invecchiare? Scomparire?”.

La Parker è stata attaccata per essersi mostrata, in alcune scene del film di prossima uscita che sono trapelate, con qualche filo bianco tra la folta chioma bionda e le rughe che normalmente possiede una donna di oltre cinquant’anni (ma le rughe si manifestano molto prima degli “anta”, casomai non ci aveste fatto caso).

Lo scorso anno uno studio condotto dal Gina Davies Institute, fondato dall’attrice per studiare i temi legati al genere ed alle disparità nei media,  ha rilevato come le attrici di oltre cinquant’anni smettano di essere le protagoniste di film o serie televisive. Le donne che hanno superato quella soglia di età ricoprono solo ruoli marginali, spesso limitati a personaggi anziani, deboli, confinati tra le quattro mura domestiche e generalmente dall’aspetto trasandato. Dunque risultano meno appetibili, secondo una visione decisamente ristretta, misogina e sessista della donna.

Alle donne non è concesso invecchiare: i corpi delle donne sono costantemente esposti al giudizio di chiunque: oggigiorno il fenomeno è oltre modo amplificato rispetto a prima dell’avvento dei social. In particolare le critiche più aspre sono rivolte alle donne dello spettacolo, che siano attrici, cantanti o influencer. Il giudizio, in questi casi, diventa spietato, come se il naturale processo di invecchiamento e di ineluttabile cambiamento del corpo a noi donne fosse proibito. Pena, l’allontanamento dalla società che produce, che lavora, che crede di stare al passo con i tempi rispondendo a stereotipi fermi agli anni Cinquanta. Viviamo in una società ridicolmente limitata in cui la giovinezza viene interpretata come valore e non come un naturale stadio del percorso di ognuno di noi. Crediamo di essere liberi nascondendoci dietro all’etichetta di una Democrazia che è più dimostrativa che effettiva, arrogandoci il diritto di giudicare le culture diverse dalla nostra. Una società basata unicamente sull’apparenza, dove raramente il merito viene riconosciuto e dove, come dichiarato in una  recente intervista da Alain Delon: “tutto è falso, tutto viene sostituito”. 

Care donne che state leggendo, che vi teniate le vostre rughe o ricorriate al ritocchino del chirurgo, che andiate dal parrucchiere ogni settimana o mai, ricordatevi di farlo esclusivamente per voi stesse, perché in ogni caso ci sarà sempre il minus habens, anche donna, che si permetterà di giudicarvi per il vostro aspetto e non si scomoderà nemmeno a darvi del Lei essendo, magari, laureate.

Francesca Roveda (Cheyenne)

Keywords: invecchiamento, donne, società, stereotipi, misoginia, sessismo

Vietati gli allevamenti di salmone in Argentina

Abstract: Niente più allevamenti di salmone nella Terra del Fuoco in Argentina. Approvata una legge che li vieta.

Un grande traguardo per l’ambiente

In Argentina è stata approvata una legge che vieta gli allevamenti di salmone, considerati una minaccia per la sostenibilità ambientale. Gli allevamenti intensivi, oltre che crudeli, hanno un impatto ambientale devastante: al loro interno infatti si concentrano ingenti quantità di rifiuti di plastica, ferro, reti, prodotti chimici, antibiotici e migliaia di altri pesci morti.

Per questo il legislatore della provincia meridionale della Terra del Fuoco in Argentina ha approvato all’unanimità una legge che vieta “tutte le attività di coltivazione e produzione di salmonidi” nelle acque marine e nei laghi del territorio. Obbiettivo del provvedimento è “assicurare la tutela, la conservazione e la salvaguardia delle risorse naturali, genetiche, degli ecosistemi marini e lacustri”.

Impatto ambientale degli allevamenti di salmone nel mondo

Secondo le stime nel 1970 la popolazione di salmoni in fase di riproduzione era di circa 8/10 milioni di esemplari. Oggi ne sarebbero rimasti meno della metà. La pesca intensiva è stata uno dei principali fattori della loro scomparsa. Gli ecologisti parlano di conseguenze gravi in Islanda, Norvegia, Scozia e Irlanda dove i pesci sono tenuti in gabbie a rete aperta che permettono all’acqua di passare liberamente, insieme a virus, pidocchi di mare, batteri, metalli pesanti, spazzatura, disinfettanti e pesticidi. Quattro organizzazioni dei suddetti paesi hanno lanciato una petizione per vietare questo tipo di attività, seguendo l’esempio dello Stato di Washington negli Stati Uniti, dove è già stata approvata una legislazione per eliminare gradualmente le gabbie a rete aperta, di una regione in Norvegia dove è stato bandito di costruirne di nuove ed ora anche della Terra del Fuoco. 

Per proteggere il salmone selvaggio dell’Atlantico e la trota di mare da cui dipendono molte comunità costiere e fluviali è necessario fermare questo genere di allevamenti ittici. 

Le motivazioni etiche 

La maggior parte degli esemplari allevati viene cresciuta in allevamenti ittici in condizioni deplorevoli: ai salmoni viene dato uno spazio in cui muoversi equivalente ad una vasca da bagno, nonostante alcuni esemplari possano arrivare a 75 cm di lunghezza.

I pesci che vivono in spazi sovraffollati sono più sensibili alle malattie ed allo stress, presentando comportamenti aggressivi e lesioni come ferite alle pinne. Oltre all’assenza di spazio personale, il sovraffollamento può portare anche alla scarsa qualità dell’acqua, che a sua volta si traduce in meno ossigeno respirabile per i pesci.

L’allevamento ittico in gabbia impedisce ai pesci di esprimere un comportamento naturale come quello di nuotare. I salmoni sono una specie migratoria che nel proprio habitat percorre distanze lunghissime, mentre in allevamento sono costretti a nuotare in tondo, sfregando continuamente contro la rete e contro i compagni di gabbia.

Oggi più della metà del pesce consumato proviene dall’acquacoltura, prevalentemente dagli allevamenti ittici intensivi industriali. Nel 2015, nel solo continente europeo, circa un miliardo di pesci sono stati allevati in gabbie subacquee.

La situazione in Italia

In Italia, fatta eccezione per quell’inchiesta di qualche mese fa del popolare programma televisivo “Le iene” sull’industria del salmone, che qualcuno avrà sicuramente sensibilizzato, c’è una bassa attenzione nei confronti delle tematiche green in generale, stando ai dati di valutazione dell’impatto ambientale. Il mercato del salmone nel 2017 ha registrato un +8% (Europanel). Nei primi mesi del 2018 si è addirittura assistito ad una crescita del 24% delle esportazioni di salmone norvegese verso l’Italia (l’anno scorso ne sono arrivate quasi 45mila tonnellate). Il salmone è un prodotto principe di un mercato, quello del pesce nel suo insieme, che nel 2017 ha avuto un incremento generale del 5% nel nostro paese. Se non vogliamo porre l’attenzione sull’ambiente, in maniera assai miope poiché la terra ad oggi è l’unico pianeta in grado di ospitarci, occupiamoci quanto meno della nostra salute. Siamo sicuri che introdurre nel nostro corpo ogni giorno batteri, residui di antibiotici, pesticidi e sostanze chimiche non possa avere a lungo andare effetti negativi sul nostro benessere? Ricordiamoci che fare la spesa è un atto politico: non gettiamo nel carrello frettolosamente ed alla rinfusa i primi prodotti che sollecitano la nostra vista ed il nostro palato, senza soffermarci sulle loro caratteristiche e sulla loro filiera. Prima di fare qualunque acquisto, meditiamo sulla sua necessità e soprattutto sulla sua qualità. 

Francesca Roveda (Cheyenne)

Di necessità virtù

Perdere il lavoro in questi tempi pandemici è purtroppo all’ordine del giorno. Ma c’è chi non si perde d’animo e si reinventa un presente all’insegna del green

Storia di Greta

Ieri ho ricevuto un’e mail in cui Greta, una barista disoccupata, mi ha raccontato la sua storia. Dopo un crollo emotivo dovuto alla pandemia ed alla perdita delle proprie certezze in ambito lavorativo, questa intraprendente trentenne decide di non perdersi d’animo e, ricercando nuovi stimoli, si butta in un’avventura di e commerce, attraverso la pubblicazione di un profilo Instagram, dove propone candele e manufatti rigorosamente green. Si tratta di un progetto di riciclo creativo, grazie alle bottiglie conservate dal marito in tanti anni di attività, che dona ad esse nuova vita: ecco che una bottiglia di Moët & Chandon si trasforma in un vaso da fiori o una lattina di aranciata in una candela profumata, per la quale viene utilizzata esclusivamente cera di soia e stoppini in legno o cotone. Il tutto perfezionato da originali packaging dall’anima e dall’aspetto bio. 

Quando il mondo sembrava crollarle addosso, Greta ha deciso di reagire, sforzandosi di vedere la luce in fondo al tunnel e regalando, con la sua nuova attività, un messaggio di speranza, oltre che di rispetto per l’ambiente che tutti noi condividiamo (gli affascinante lanci di sonde su Marte per ora non ci hanno ancora confermato la possibilità di poter colonizzare un altro pianeta).

Greta e gli altri

Il progetto di Greta però non è un caso isolato, di questi tempi in cui la pandemia e le sue nefaste conseguenze a livello globale inducono ad aguzzare l’ingegno: molti giovani stanno riscoprendo i valori agresti, decidendo di investire, grazie anche ai contributi a fondo perduto ed alle agevolazioni, nel campo del nonno dimenticato per troppo tempo o ristrutturando cascinali di famiglia. 

Negli ultimi cinque anni, il numero dei giovani imprenditori agricoli è cresciuto del 14%, con un balzo significativo registrato proprio nel corso del 2020. I dati sono quelli forniti da Coldiretti in merito all’investimento nel comparto degli under 35 italiani, sempre più attratti dalla campagna a discapito delle altre attività produttive. Anche quest’anno inoltre è stata confermata la detrazione Irpef del 36% sulle spese sostenute per sistemare aree verdi, otre all’ecobonus, ossia la detrazione fiscale riconosciuta per i lavori di riqualificazione energetica degli edifici già esistenti. 

Dall’India l’ultima iniziativa eco friendly

In tutto il mondo si moltiplicano le iniziative e le attività lavorative volte alla tutela del nostro pianeta, nella direzione di un consumo consapevole.

E’ il caso di Abhinav Talwar, cresciuto in una piccola città montana dell’India chiamata Dagshai, tra imponenti pini e paesaggi mozzafiato. L’amore per la sua terra fa nascere in lui la preoccupazione per gli incendi boschivi che ogni anno minacciano le foreste dell’Himalaya, causati principalmente dall’intensificazione dell’agricoltura e dal cambiamento climatico.

Gli aghi di pino caduti, essendo molto infiammabili, contribuiscono notevolmente alla diffusione degli incendi boschivi. In estate, ricoprendo il terreno della foresta e formando uno spesso tappeto, gli aghi consentono alle fiamme di propagarsi più rapidamente, influenzando quindi il clima e l’ecosistema della zona.

È così che nel 2020, insieme alla co-fondatrice Bhoomi Thakkar, viene avviata Vasshin Composites, azienda innovativa ed attenta ai bisogni dell’ambiente, che utilizza gli aghi di pino secchi per creare stoviglie biodegradabili.

Il prossimo 22 aprile sarà l’Earth day, una giornata per ricordarci di essere riconoscenti nei confronti del pianeta che ci ospita, attraverso manifestazioni in giro per il mondo, perlopiù in streaming, data l’impossibilità di radunarci ed aggregarci come prima della pandemia. L’invito è quello di cercare di assomigliare un pò di più a Greta ed a Abhinay Talwar, piuttosto che a Donald Trump, la cui coscienza ecologista è inesistente. 

Francesca Roveda (Cheyenne)

Keywords: riciclo creativo, consumo consapevole, green, ecobonus, pandemia

Di necessità virtù

Abstract: Perdere il lavoro in questi tempi pandemici è purtroppo all’ordine del giorno. Ma c’è chi non si perde d’animo e si reinventa un presente all’insegna del green

Text:

Storia di Greta

Ieri ho ricevuto un’e mail in cui Greta, una barista disoccupata, mi ha raccontato la sua storia. Dopo un crollo emotivo dovuto alla pandemia ed alla perdita delle proprie certezze in ambito lavorativo, questa intraprendente trentenne decide di non perdersi d’animo e, ricercando nuovi stimoli, si butta in un’avventura di e commerce, attraverso la pubblicazione di un profilo Instagram, dove propone candele e manufatti rigorosamente green. Si tratta di un progetto di riciclo creativo, grazie alle bottiglie conservate dal marito in tanti anni di attività, che dona ad esse nuova vita: ecco che una bottiglia di Moët & Chandon si trasforma in un vaso da fiori o una lattina di aranciata in una candela profumata, per la quale viene utilizzata esclusivamente cera di soia e stoppini in legno o cotone. Il tutto perfezionato da originali packaging dall’anima e dall’aspetto bio. 

Quando il mondo sembrava crollarle addosso, Greta ha deciso di reagire, sforzandosi di vedere la luce in fondo al tunnel e regalando, con la sua nuova attività, un messaggio di speranza, oltre che di rispetto per l’ambiente che tutti noi condividiamo (gli affascinante lanci di sonde su Marte per ora non ci hanno ancora confermato la possibilità di poter colonizzare un altro pianeta).

Greta e gli altri

Il progetto di Greta però non è un caso isolato, di questi tempi in cui la pandemia e le sue nefaste conseguenze a livello globale inducono ad aguzzare l’ingegno: molti giovani stanno riscoprendo i valori agresti, decidendo di investire, grazie anche ai contributi a fondo perduto ed alle agevolazioni, nel campo del nonno dimenticato per troppo tempo o ristrutturando cascinali di famiglia. 

Negli ultimi cinque anni, il numero dei giovani imprenditori agricoli è cresciuto del 14%, con un balzo significativo registrato proprio nel corso del 2020. I dati sono quelli forniti da Coldiretti in merito all’investimento nel comparto degli under 35 italiani, sempre più attratti dalla campagna a discapito delle altre attività produttive. Anche quest’anno inoltre è stata confermata la detrazione Irpef del 36% sulle spese sostenute per sistemare aree verdi, otre all’ecobonus, ossia la detrazione fiscale riconosciuta per i lavori di riqualificazione energetica degli edifici già esistenti. 

Dall’India l’ultima iniziativa eco friendly

In tutto il mondo si moltiplicano le iniziative e le attività lavorative volte alla tutela del nostro pianeta, nella direzione di un consumo consapevole.

E’ il caso di Abhinav Talwar, cresciuto in una piccola città montana dell’India chiamata Dagshai, tra imponenti pini e paesaggi mozzafiato. L’amore per la sua terra fa nascere in lui la preoccupazione per gli incendi boschivi che ogni anno minacciano le foreste dell’Himalaya, causati principalmente dall’intensificazione dell’agricoltura e dal cambiamento climatico.

Gli aghi di pino caduti, essendo molto infiammabili, contribuiscono notevolmente alla diffusione degli incendi boschivi. In estate, ricoprendo il terreno della foresta e formando uno spesso tappeto, gli aghi consentono alle fiamme di propagarsi più rapidamente, influenzando quindi il clima e l’ecosistema della zona.

È così che nel 2020, insieme alla co-fondatrice Bhoomi Thakkar, viene avviata Vasshin Composites, azienda innovativa ed attenta ai bisogni dell’ambiente, che utilizza gli aghi di pino secchi per creare stoviglie biodegradabili.

Il prossimo 22 aprile sarà l’Earth day, una giornata per ricordarci di essere riconoscenti nei confronti del pianeta che ci ospita, attraverso manifestazioni in giro per il mondo, perlopiù in streaming, data l’impossibilità di radunarci ed aggregarci come prima della pandemia. L’invito è quello di cercare di assomigliare un pò di più a Greta ed a Abhinay Talwar, piuttosto che a Donald Trump, la cui coscienza ecologista è inesistente. 

Francesca Roveda (Cheyenne)

Keywords: riciclo creativo, consumo consapevole, green, ecobonus, pandemia

La valla

Distopia o realtà?

Può una serie, realizzata prima dell’esplosione della pandemia, predire il futuro?

La serie

La barriera-il cui titolo originale è La valla- è una delle ultime serie in lingua spagnola proposte da Netflix che ha destato la mia curiosità e catturato totalmente la mia attenzione già dopo la prima puntata dell’unica stagione. 

La serie in realtà ha debuttato l’11 settembre del 2020, data in cui ricorre l’indimenticabile anniversario degli attentati alle torri gemelle del 2001, chissà se per pura casualità o ali contrario per volontà di palesare da subito la drammaticità della tematica trattata. 

I fatti hanno luogo in Spagna, nel 2045, epoca in cui una crescente scarsità di risorse naturali trasforma le democrazie occidentali in regimi dittatoriali, che giustificano la mancanza di libertà con la promessa di garantire la sopravvivenza dei cittadini. Se già intravedete sinistre coincidenze con la situazione che stiamo vivendo attualmente, aspettate di conoscere il seguito: un virus sconosciuto sta devastando la Spagna, la capitale Madrid è divisa in due regioni, rispettivamente il Settore 1, abitato dal governo e dai privilegiati ed il Settore 2, dove vivono tutti gli altri abitanti. L’unico modo per passare da una zona all’altra è attraversare la barriera di recinzione che le separa, per la quale è richiesto un pass normativo ed un trattamento di igienizzazione. 

Sinossi e caratteristiche

Sullo sfondo di una Madrid irriconoscibile e militarizzata, si svolge la storia di una famiglia che fatica a ricongiungersi e che per sopravvivere si macchierà di una serie di crimini che li inseguirà fatalmente per tutta la durata della vicenda. La famiglia originaria è composta da due gemelle, costrette a separarsi dal padre quando sono bambine. Le ragazze vengono cresciute da una madre forte e battagliera, che non perde mai la speranza di poter riconquistare la libertà. Le due sorelle sono interpretate da Olivia Molina, figlia di Angela Molina, indimenticabile protagonista di Quell’oscuro oggetto del desiderio di Luis Buñuel. La piccola Marta, figlia di una delle due sorelle che muore a causa del virus, viene rapita dal governo e destinata ad un centro di ricerca medica per fungere da cavia insieme ad altri bambini, sui quali vengono sperimentati antidoti e cure nel tentativo di trovare un vaccino contro il virus mortale e garantire così la sopravvivenza del genere umano. Non è la prima volta che i bambini hanno la peggio in queste serie distopiche, basti pensare al crudele destino degli infanti in The handmade’s tale, strappati da neonati alle braccia delle madri naturali per essere cresciuti da sconosciute facoltose, incapaci di procreare. Ma per scoprire se il mondo riuscirà a ritrovare una dimensione umana ed a sfuggire alla tirannia, si dovrà attendere la seconda stagione, ammesso che venga realizzata, nonostante il grande successo ottenuto in patria. 

Qualche riflessione 

In rete si possono trovare commenti contrastanti rispetto al gradimento di questa prima serie: qualcuno, ad esempio, paragona l’atmosfera del set ai toni della soap, lamentando evidentemente la mancanza di crudezza, che troviamo ad esempio in una serie altrettanto distopica quale Snowpiercer

Le motivazioni che portano alla condizione rappresentata nella serie sono effettivamente assenti, nel senso che non è stato approfondito, magari volutamente, l’aspetto socio-politico e pandemico, ma se dovessimo raccontare tra una ventina d’anni la situazione al limite del surreale che oggi stiamo vivendo, siamo sicuri che saremmo in grado di tradurla in parole o di renderla comprensibile ai posteri? 

Una fiction, il cui scopo precipuo è quello di intrattenere, raramente può indurre a riflessioni complesse, ma questa ha certamente il pregio di mettere  quanto meno la pulce nell’orecchio anche ai più reticenti.

Francesca Roveda (Cheyenne)

La periferia cade a pezzi

Lontano dalle luci della ribalta, dall’imponenza del Duomo, dalla ricchezza dei nuovi quartieri di moda come City Life, c’è una periferia che soffre

Antefatto

Milano, la città che non dorme mai, quella degli aperitivi e delle notti folli, quella degli uffici e delle metropolitane gremite di gente, faro della moda nel mondo, si sta spegnendo, a causa dei lockdown e delle misure restrittive messe in campo nel tentativo di arginare la pandemia. E la sua periferia, sulla cui salute vale la pena soffermarsi per tastare il polso di un intero sistema, sta cadendo a pezzi. Ieri pomeriggio ho parcheggiato l’auto e sono andata in giro a piedi per sbrigare le consuete commissioni. Per avere l’impressione di essere davvero nella city, devo oltrepassare il cavalcavia Buccari, che si trova nella zona sud di Milano, dove in mezzo ad un parco agricolo sorge il posto che è diventato la mia seconda casa-la prima è a Verona-un’ex fabbrica della Richard Ginori adibita a loft. La struttura è un cantiere in continua costruzione, immerso dalla mattina alla sera nel rumore intermittente di martelli pneumatici e saldatrici, che si mescolano ai suoni provenienti dalle varie unità abitative-anche se i loft sarebbero C3, quindi esclusivamente ad uso ufficio. Aggirandosi tra i corselli che suddividono le varie zone, si respira un’atmosfera post-industriale, indefinita, fuori dal tempo. Quando piove e l’acqua scende dai cornicioni arrugginiti o batte sulle lamiere provvisorie che verranno sostituite da altre costruzioni, il contesto assume contorni alla Blade runner. I Tucididiani – quelli che qui vivono e lavorano – sono una razza meticcia, che annovera nel suo habitat un campionario umano vario, dallo studente universitario che per pagarsi gli studi sbarca il lunario facendo il modello, al professionista affermato. Una fetta consistente della comunità è costituita dai cani e dai gatti, che si spartiscono il territorio, il più delle volte pacificamente, non disdegnando qualche esemplare tafferuglio. 

Le unità hanno varie metrature e caratteristiche, ma in generale si tratta di strutture terra-cielo, con ampie vetrate, scale di ferro o cemento e soppalchi di legno. Le varie zone sono state ribattezzate dai Tucididiani in base alla tipologia, al costo ed alle caratteristiche dei loro abitanti; esiste così Melrose Place – dove gli ampi loft sono dotati di un dehoro di un terrazzo, che potrebbe essere definita la zona residenziale deluxe – ed il Bronx, occupato perlopiù da strani individui con creste e capelli fluo, che si spostano in monopattino e che trasportano in continuazione cose con i carrelli della spesa. Il Bronx è una comunità a parte con proprie regole e criteri di appartenenza.

Io appartengo alla zona detta Montaggio-il nome è sicuramente una reminiscenza della vecchia fabbrica di sanitari-intermedia a livello di prestigio, dove si mescolano eterogenee tipologie di persone e di attività professionali.

Impressioni di marzo

Immersi in un’incessante frenesia quotidiana, capita sempre più raramente che ci si soffermi davvero a guardare quello che ci circonda. Ieri, su quel cavalcavia che sormonta le rotaie del treno, ho avuto il tempo di farlo. In un angolo semi nascosto, il giardino di una chiesa, si erge maestoso uno splendido albero fiorito di rosa, immagine profondamente stridente con l’immondizia sparsa ai suoi piedi e disseminata su strade e marciapiedi, tanto che la gente ormai non si china nemmeno più per raccogliere l’ennesima cartaccia che incontra sul proprio cammino. Colpisce l’incredibile numero di mascherine abbandonate con noncuranza a terra: ne ho contate almeno una dozzina nella sola via Negroli dove mi sono fermata a comprare frutta e verdura in un piccolo negozio gestito da una coppia di indiani. L’odore di urina che imbratta i muri dei palazzi penetra in maniera fastidiosa nelle narici, pur sigillate dal dispositivo di protezione anti Covid, la nostra inseparabile mascherina. Una spessa patina grigia ricopre i muri di negozi e condomini, dall’aspetto perlopiù fatiscente. 

Dal degrado non si sfugge, perché è radicato in ognuno di noi: ci siamo abituati a passare oltre, a non voler vedere, a dimenticare presto. 

Sulle saracinesche abbassate campeggiano le scritte “chiudo”, “vendesi”, o al massimo “svendita per cessata attività”. Le persone attendono il loro turno d’ingresso al supermercato con aria sconfitta, qualcuno sembra preoccupato, magari su come riuscire a fare la spesa il giorno dopo. 

Sulla strada del rientro noto una ragazza avvenente, bionda, vestita alla moda, che spinge un carrello della spesa carico di vestiti, sacchi e merce varia. Ha lo sguardo perso e parla da sola. Non posso non chiedermi cosa possa esserle accaduto, quando il suo cervello sia andato in blackout, quando ha smesso di essere “normale”.

I fatti

In un anno che ha messo alla prova anche la salute mentale dell’umanità, come mai era accaduto nella storia recente, si paga il cosiddetto effetto lockdown. In base al primo rapporto annuale del Mental Health Million project, un’iniziativa mirata a misurare il benessere mentale globale per individuare i problemi più diffusi e guidare gli interventi di salute pubblica, il 2020 ha riportato un calo significativo e diffuso della salute mentale ed il crollo più evidente riguarda la fascia di età tra i 18 e i 24 anni. 

Secondo la stima dell’Ufficio Studi Confcommercio sulla nati-mortalità del 2020 delle imprese del commercio non alimentare, dell’ingrosso e dei servizi l’effetto combinato del Covid e del crollo dei consumi del 10,8% -pari a una perdita di circa 120 miliardi di euro rispetto al 2019-ha portato per il 2020 la chiusura definitiva di oltre 390mila imprese. Di queste, 240mila esclusivamente a causa della pandemia. L’emergenza sanitaria, con le conseguenti restrizioni e chiusure obbligatorie, ha acuito drasticamente il tasso di mortalità delle imprese che, rispetto al 2019, risulta quasi raddoppiato per quelle del commercio e addirittura più che triplicato per i servizi di mercato.

Se i drammatici effetti di questa situazione si ripercuotono su una città tradizionalmente considerata ricca come Milano, la situazione a rigor di logica  deve essere disperata nelle zone più fragili del paese.

Aldilà dei dati e delle statistiche, io credo che una città possa essere considerata produttiva ed in salute quando tutti i suoi quartieri, le sue zone ed i suoi abitanti siano equamente supportati da una adeguata politica di sostegno. Milano che dimentica la sua periferia è come qualcuno che si mette in ghingheri senza prima lavarsi.

Francesca Roveda (Cheyenne)

Mascherine e nanoplastiche: il nuovo allarmante pericolo per l’ambiente

Abstract: Con la pandemia il problema dell’inquinamento ambientale si è ulteriormente aggravato, con gravi conseguenze per il pianeta e tutti i suoi abitanti.

Una nuova battaglia ecologica

Ogni giorno, durante le mie passeggiate con il quadrupede, non faccio che raccogliere bicchierini di plastica, tetrapak di succhi di frutta o vino scadente, bottiglie di birra e lattine di bevande gassate, rifiuti impunemente abbandonati a terra, nonostante il parco dietro casa mia, ad esempio, sia regolarmente provvisto di cestini. Come se non bastasse il problema dell’esubero di plastica, è soprattutto la presenza delle mascherine a costituire un nuovo pericolo per l’ambiente e gli animali. 

A lanciare l’allarme è un nuovo studio condotto presso l’Università della Danimarca meridionale, secondo cui ogni minuto gettiamo via 3 milioni di mascherine, molte delle quali finiscono per diventare micro e nanoplastiche potenzialmente tossiche o in grado di trasportare altri agenti pericolosi nell’ambiente.

Altri studi recenti stimano che vengono utilizzati 129 miliardi di mascherine a livello globale ogni mese, pari a 3 milioni al minuto. 

Lo studio 

Secondo gli autori del nuovo studio dell’Università della Danimarca meridionale e dell’Università di Princeton, non esistono ancora oggi linee guida per il riciclaggio delle mascherine, le quali,se disperse nell’ambiente, possono frammentarsi in particelle di plastica più piccole-micro e nanoplastiche: a differenza delle bottiglie, di cui circa il 25% viene riciclato, le mascherine vengono smaltite come rifiuto solido indifferenziato. Nella migliore delle ipotesi finiscono in discarica o vengono bruciate, ma il pericolo è che possano spargersi nell’ambiente, nei corsi d’acqua dolce e negli oceani, con conseguenze catastrofiche per l’ecosistema.

La preoccupazione più recente è che le mascherine, realizzate con fibre di plastica molto piccole, quando si rompono nell’ambiente possono rilasciare più plastiche micro-dimensionate, più facilmente e più velocemente delle plastiche sfuse come sacchetti di plastica. Come altri detriti di plastica, anche le mascherine usa e getta possono accumulare e rilasciare sostanze chimiche e biologiche nocive per piante, animali ed umani, quali bisfenolo A, metalli pesanti e microrganismi patogeni.

Soluzioni al problema

Secondo gli autori dello studio ci sono alcune accortezze che si possono seguire per limitare i danni: l’utilizzo di bidoni della spazzatura esclusivi, la sostituzione delle mascherine usa e getta con quelle riutilizzabili e lo sviluppo di mascherine biodegradabili. Esistono già delle aziende che si occupano della differenziazione di questi materiali: in Italia, ad esempio, Eurocorporation  mette a disposizione dei propri clienti, anche gratuitamente, contenitori specifici per lo smaltimento di mascherine e guanti. 

Mentre la scienza e la medicina studiano metodi sempre più rapidi e sofisticati per la salvaguardia della nostra esistenza, sarebbe bene ricordare che è compito di tutti noi pensare alla tutela dell’unico pianeta attualmente in grado di ospitarci.

Francesca Roveda (Cheyenne)

Tribes of Europa, la nuova post apocalittica serie di Netflix

La nuova serie di Netflix inscena un futuro distopico o un’inquietante previsione di ciò che accadrà?

La serie

Tribes of Europa è una serie tedesca, diretta da Philip Koch, ambientata in Europa nel 2074. Un misterioso blackout mondiale, avvenuto nel 2029, causa la frammentazione del continente in migliaia di micro stati, in lotta per il predominio. Tre fratelli decidono di cambiare il destino del mondo dopo essere stati coinvolti in uno spietato conflitto per essere entrati in possesso di un cubo, contenente un segreto che potrebbe cambiare le sorti dell’umanità cui tutti aspirano. Le tribù ricalcano orme fumettistiche sia per i nomi che per le forti caratterizzazioni. Esistono i Crimson, organizzazione militare di stampo pacifista (anche se appare vagamente ossimorico il concetto di associare ideali pacifisti ad un corpo armato), animata dal credo che “l’ideale europeo non morirà mai”. Ad essi si contrappongono i Corvi, tribù definita da un sistema gerarchico scalabile tramite combattimenti all’ultimo sangue. Il loro quartier generale è una Berlino ormai perduta, che rimanda ad ambientazioni anni Ottanta, con i suoi outfit in pelle o in lattex, occhi bistrati di nero e musica punk. Tutto il contrario di come vivono gli Origine delle foreste limitrofe, immersi in un clima di concordia e di totale armonia con la natura, che ha preso negli anni il sopravvento sul cemento. 

La trama della prima stagione

Dopo l’assalto mortale dei Corvi, Eljia, Kiano e Liv, i tre fratelli superstiti, saranno i protagonisti della trama. Kiano è in mano ai Corvi, finendo nella ristretta corte dell’affascinante e spietata Lord Varvara. Liv segue i Crimson, in un susseguirsi di tradimenti e colpi di scena che la vedono disposta a tutto per riunire la sua famiglia. Ad Eljia è affidata la missione più impegnativa: egli infatti possiede il cubo degli Atlantidei, unica civiltà rimasta indenne al blackout del 2029, recuperato dall’Atlantideo trucidato dai Corvi, dopo essere precipitato con il proprio velivolo nel territorio degli Origine. Accompagnato da un originale personaggio che si sposta su un mezzo a metà tra un suv ed un camion, Eljia, in viaggio, si spingerà oltre nella comprensione di ciò che sta per accadere, venendo a conoscenza di un’inarrestabile minaccia proveniente dall’Est in grado di spazzare via l’umanità. 

Il mercato tedesco alla conquista di Netflix

A pochi mesi dai risultati incoraggianti di Barbari, Tribes of Europa contribuisce a collocare la filiale tedesca di Netflix tra quelle più in grado di incontrare i favori di un pubblico eterogeneo ed internazionale, mettendosi in scia alle più fortunate produzioni recenti. Elementi fantasy e politici si intrecciano in un riuscito connubio post apocalittico ammiccante alla saga di Star Wars, con un’ambientazione che ricorda anche quella di Mad Max. Su Netflix è disponibile Mad Max, Fury Road, del 2015, con Tom Hardy e Charlize Teheron, in cui in un deserto post apocalittico il protagonista Max aiuta una donna ribelle ed una banda di prigioniere a fuggire dalla tirannia, a difendersi dalle minacce ed a ritrovare la propria patria. Tornando al mercato tedesco in Tribes of Europa si possono ritrovare analogie legate alla sfera del mistero anche in Dark, altra fortunata serie del 2017, diretta da Baran bo Omar, nella quale sparizioni e strani fenomeni come la morte di numerosi uccelli o bruschi sbalzi di corrente elettrica fanno da sfondo alle vicende di quattro famiglie, in un gioco continuo di piani temporali tra passato e futuro. Riferimenti alle nefaste sorti dell’umanità sono presenti anche in Biohacker, serie del 2020 attualmente composta di una sola stagione, in cui una studentessa di biologia di una prestigiosa università tedesca deve smascherare un complotto che lega una vicenda familiare ed una professoressa di biologia. 

Insomma. se la realtà non fosse sufficientemente drammatica ed inquietante, in piena pandemia e crisi socio-economica, ci pensa il mondo dell’intrattenimento a darci il colpo di grazia. No so a voi, ma a me certi scenari rappresentati nelle varie serie citate appaiono straordinariamente imminenti, altro che futuro distopico!

Francesca Roveda (Cheyenne)

La dieta ideale esiste? Meglio una sana routine

In un mondo che ci impone di essere performanti si seguono  le diete più svariate, dalla vegana al digiuno intermittente

La mia esperienza vegana

Da almeno una decina di anni mi sono privata di alcuni alimenti che precedentemente a questa scelta consumavo in abbondanza,

quali salumi e carne bovina. Inizialmente avevo eliminato qualunque tipo di cibo di derivazione animale, ma dopo alcuni mesi ho rinunciato a tale severità di costumi, anche se eticamente corretta, perché eccessivamente incompatibile con le mie abitudini. 

In ogni caso, dopo poco tempo dall’eliminazione della carne rossa, ho avvertito una crescente energia direttamente proporzionale alla perdita di peso, una detossificazione profonda del mio corpo, letteralmente intasato da anni di abusi e sregolatezze alimentari, nonostante, complice l’attività fisica costante che mi ha sempre accompagnato negli anni, non abbia mai avuto cambiamenti esteriori notevoli. In realtà quello che mi ha aiutato ad indirizzarmi ad uno stile di vita più consapevole è stata la crescente empatia che nutrivo e che nutro nei confronti di tutti gli esseri senzienti: dopo essermi documentata sulla realtà dei mattatoi e degli allevamenti intensivi, peraltro causa principale della deforestazione del pianeta, la scelta di fare a meno, sia pur a malincuore essendo una carnivora dalla nascita, di una succulenta fiorentina mi è sembrata l’unica strada possibile. Ma questa è la mia esperienza. 

Lo studio: dieta vegana vs dieta mediterranea

Uno studio condotto da un team del Physicians Committee for Responsible Medicine (PCRM), ha assegnato in modo casuale a 62 partecipanti, in sovrappeso e non diabetici, una dieta vegana ed una dieta mediterranea.

Per 16 settimane la metà dei partecipanti ha seguito una dieta a basso contenuto di grassi che eliminava i prodotti animali e si concentrava su frutta, verdura, cereali integrali e legumi. L’altra metà ha seguito invece una dieta mediterranea, che si concentrava su frutta, verdura, legumi, pesce, latticini magri ed olio extravergine di oliva, limitando o evitando la carne rossa ed i grassi saturi.

Nessuno dei due gruppi ha dovuto rispettare un limite calorico, conservando inoltre le proprie abitudini di attività fisica o assunzione di farmaci.

Trascorse le 16 settimane i partecipanti sono tornati alle loro diete di base per un periodo di quattro settimane prima di passare al gruppo opposto per altre 16 settimane.

I risultati della ricerca hanno mostrato come una dieta vegana a basso contenuto di grassi abbia dato risultati migliori su peso, composizione del grasso corporeo, sensibilità all’insulina e livelli di colesterolo, rispetto alla dieta mediterranea.

I responsabili dello studio fanno notare che la dieta vegana probabilmente ha portato alla perdita di peso perché associata ad una riduzione dell’apporto calorico, all’aumento dell’assunzione di fibre, alla diminuzione del consumo di grassi ed in particolare a quello di grassi saturi.

Quella mediterranea, invece, probabilmente non ha avuto effetto sulla perdita di peso in quanto inclusiva di pesce grasso, latticini ed oli. Ricco di frutta, verdura, cereali integrali, legumi ed olio d’oliva, quello mediterraneo è un regime celebre per essere povero di grassi saturi e ricco di proteine magre, ma evidentemente non abbastanza competitivo con quello vegano dal punto di vista della riduzione del peso corporeo.

La dieta del digiuno

Al giorno d’oggi esistono molteplici schemi alimentari che includono qualunque tipo di scelta nutritiva ed etica, incluso il digiuno, di gran moda ultimamente. Questa dieta, detta anche “mima digiuno”, prevede l’assunzione controllata di proteine (11-14 per cento), carboidrati (42-43 per cento) e grassi (46 per cento), per una riduzione calorica complessiva compresa tra il 34 e il 54 per cento rispetto all’apporto canonico. Esiste la dieta 5:2, durante la quale per cinque giorni a settimana si può mangiare assumendo tutti gli alimenti senza eccezioni-il periodo deve essere inframezzato da due giornate, tra loro non consecutive, in cui l’approvvigionamento energetico non deve essere superiore a un quarto di quello abituale e la dieta del digiuno intermittente, nella quale si concentra l’assunzione di alimenti in un periodo variabile tra 6 e 8 ore. Prima dell’inizio della giornata e dopo l’ultimo pasto, viene evitato anche il più piccolo spuntino, in modo da abituare l’organismo a «lavorare» in condizioni di riduzione della sazietà. Così facendo, si evita anche di accumulare energia inutile sul finire della giornata. Il digiuno fai da te, quello nel quale non si mangia per giorni nella speranza di perdere gli eterni due chili di troppo, non credo sia consigliabile, se non sotto prescrizione medica. 

Certamente una buona abitudine, aldilà di qualsivoglia regime dietetico che si scelga di seguire, è quella di assumere un bicchiere di acqua tiepida con succo di limone al risveglio, per mettere subito in moto il metabolismo e purificarsi dalle tossine accumulate. Praticare attività fisica quotidianamente, anche una semplice passeggiata, può contribuire al benessere di corpo e mente. Infine, il mio modesto consiglio è di seguire la propria natura e le proprie inclinazioni, senza privarci di qualche piccolo peccato di gola per alimentare, insieme al corpo, anche il buonumore, indispensabile per affrontare il “logorio della vita moderna”. 

Francesca Roveda (Cheyenne)

Lavarsi è bene, non lavarsi (a volte) è meglio

Dall’invenzione del sapone in poi tutti-chi più chi meno-facciamo uso di detergenti e prodotti per la pulizia. Ma conosciamo i componenti di quello che usiamo tutti i giorni?

L’invenzione del sapone

La prima testimonianza dell’esistenza del sapone risale al 2800 a.C. e proviene da scavi nella zona dell’antica Babilonia. In quella zona fu ritrovato un materiale simile al sapone conservato in cilindri d’argilla che recano incise delle ricette per la preparazione. Una tavoletta sumera datata 2200 a.C. descrive un sapone composto di acqua, alcali ed olio di cassia. Varie sono le testimonianze ed i ritrovamenti che indicano la presenza di sostanze detergenti presso tutte le civiltà antiche, dagli egiziani ai greci ai romani, ma gli studi storico-archoelogici assegnano agli arabi il primato di veri inventori del sapone moderno. Il sapone veniva prodotto con una base di olio d’oliva, di timo o alloro, tuttora elementi principali del sapone di Aleppo. Per la saponificazione venne usata per la prima volta dagli arabi la soda caustica (Al-Soda Al-Kawia), metodo utilizzato fino all’età moderna. La storia del sapone prodotto artigianalmente finisce con la rivoluzione industriale: alla fine del diciassettesimo secolo il chimico francese Nicolas Leblanc inventò una procedura per ottenere dal sale comune la soda, sostanza alcalina. La produzione di soda caustica da soluzioni saline, perfezionata negli anni successivi, aprì la strada all’industrializzazione della produzione del sapone. I successivi progressi della chimica nel corso del diciannovesimo secolo posero le basi scientifiche per la fabbricazione su larga scala del sapone, relegando alla sfera della nicchia i prodotti artigianali.

Leggere con cura 

Al giorno d’oggi, assorbiti da ritmi di vita frenetici e stressanti, quando andiamo a fare la spesa arraffiamo prodotti a caso, che magari ci sono stati suggeriti da qualche pubblicità martellante, senza conoscere minimamente i componenti dei quali sono costituiti, che potrebbero risultare nocivi, quando non pericolosi, per la nostra pelle e per la nostra salute. Lo standard da anni più usato nel settore della ecocosmesi e detergenza è il biodizionario– (www.biodizionario.it) a cui fa riferimento anche l’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients), denominazione internazionale utilizzata per indicare in etichetta i diversi ingredienti del prodotto cosmetico. 

Tra gli ingredienti dannosi da evitare si annoverano petrolati, sostanze di derivazione petrolifera occlusive e non dermocompatibili,quali petrolatum, mineral oil, vaselina e paraffina: siliconi, sostanze non dermocompatibili come i precedenti, che creano una pellicola su pelle e capelli difficile da lavare via e che solo apparentemente idrata e protegge. Se ad esempio notate sulla vostra chioma l’effetto cute grassa e lunghezze secche con doppie punte, assai probabilmente state facendo usi di siliconi quali dimethicone, amodimethicone, cyclomethicone, cyclopentasiloxane, dimethiconol, trimethylsiloxysilicate; infine conservanti, quali cessore di formaldeide ed allergizzanti. La formaldeide in particolare, che ad esempio si trova in molti smalti per le unghie, irrita pelle, capelli e mucose ed interferisce con i legami tra DNA e proteine. L’Associazione Internazionale per la Ricerca sul Cancro ( IARC) sin dal 2004 ha inserito la formaldeide nell’elenco delle sostanze considerate con certezza cancerogene per la specie umana. Un altro componente presente nella maggior parte degli shampoo in commercio, che da un effetto schiumogeno, ma che è particolarmente aggressivo con cute e capelli è il sodium lauryl sulfate. Tra gli altri, il triclosan è forse il più insidioso: si tratta di un antibatterico molto penetrante, registrato come pesticida, una delle sostanze più tossiche che si possono riscontrare nei cosmetici, anche sospetto agente cancerogeno. Accumulato nei tessuti corporei, provoca un avvelenamento lento che si protrae nel tempo, altamente rischioso per la salute umana e per l’ambiente.

Il burrocacao, uno dei prodotti più usati da uomini e donne

Dato che il burrocacao si applica sulle labbra e viene ovviamente in parte ingerito è importante sapere di quali sostanze sia composto. Alla base della maggior parte dei burrocacao in commercio ci sono i cosiddetti oli minerali, ingredienti che derivano dalla raffinazione del petrolio e che possono contenere componenti pericolosi per la salute, se ingeriti, quali i Mosh (Mineral Oil Saturated Hydrocarbon) ed i Moah (Mineral Oil Aromatic Hydrocarbon). Va specificato che la marca ed il costo non sono indicatori di maggior qualità.

Le case cosmetiche ne fanno uso perché costano meno dei componenti vegetali e danno ottimi risultati ugualmente. La legge consente di usarli se, prima dell’utilizzo nel prodotto, sono stati trattati in modo da renderli privi di residui pericolosi e sostanze cancerogene. La normativa tuttavia è generica e non specifica quali debbano essere i requisiti di sicurezza.

Il migliore, dai testi di Altroconsumo, è risultato un prodotto di un discount del costo di 0,99 euro. 

Il consiglio, per la prossima volta che andrete a fare la spesa, è quello di sprecare qualche minuto in più del vostro prezioso tempo per leggere attentamente le etichette dei prodotti che siete in procinto di acquistare, per la vostra salute e per quella altrettanto importante dell’ambiente.

Francesca Roveda (Cheyenne)

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