Xmas loves Dogs

 

Oggi è una giornata speciale per Milano, sia perché la neve e la pioggia hanno smesso di funestare le giornate dei suoi abitanti, già di per sé poco solari sia perché qualcosa di buono sta per accadere sotto questo timido cielo vagamente soleggiato. Dalle ore 10.00 alle ore 20.30, presso lo spazio Prince and Princess di Via Meravigli, nel cuore di Milano, è in corso l’iniziativa XMAS LOVES DOGS, supportata dall’ambizioso Progetto Conto Fido, che prevede un’ intera giornata dedicata ad una” buona causa”. VIP, giornalisti e politici s’improvviseranno toelettatori per cani ed il ricavato del servizio beauty, retribuito dai clienti, sarà devoluto al Canile Municipale di Milano. Aderiranno all’iniziativa molti volti noti al pubblico tra i quali Silvana Giacobini, Eva Henger, Raffaello Tonon, Gianluca Impastato, Serena Grandi, Viola Valentino e pure la sottoscritta… dunque vi aspettiamo. E ricordiamoci che quando fa freddo è freddo anche per i quadrupedi.

A Natale puoi

 

Abito in una specie di comune allargata, una sorta di terra franca lontana dall’assordante rumore della metropoli che si muove con il suo ritmo affannoso e frenetico ( spesso insensato). Un “non luogo” in cui esistono regole non scritte, ma che si rispettano come un codice d’onore. La prima è il sostegno ( solidarietà è una parola che mi fa orrore perché dietro ad essa si celano spesso interessi macchinosi e pelosi).
Il nuovo inquilino è un uomo che aveva fatto della strada la sua casa. Ora si sta reinserendo nella società, anche se in tutta sincerità non so quanto questo scelta possa essere considerata migliore della sua vita precedente. Ma ci sta provando. Si è dotato persino di un cellulare. E in casa ha il riscaldamento e l’occorrente per poter condurre una vita dignitosa. Di recente, sui gradini di una chiesa che frequenta, ha trovato dentro uno scatolone un cucciolo di cane. Come nelle fiabe se n’è innamorato all’istante e ha deciso di tenerlo con se. È una femmina di pochi mesi, l’ha chiamata Scheggia e io già l’adoro ( Drugo, il mio burbero meticcio di sette anni, un po’ meno perché i cuccioli, per i cani adulti, sono una rottura di scatole). Antonio fa lavori saltuari e per questo ha bisogno di una mano, anche se non l’ha chiesta espressamente. Attraverso Facebook ( per una volta un social fa il suo dovere) una delle più sensibili abitanti del “non luogo” ha portato alla luce la sua storia e la richiesta di un contributo da parte di tutti per la piccola Scheggia. Già stamattina sono arrivate le scorte di cibo e la prossima settimana l’amorevole zia di Drugo, donna Serena, che nel suo rifugio, Progetto Aquila, ospita centinaia di anime canine, la prossima settimana provvederà alle vaccinazioni. Piccola Scheggia, non sai quanto sei stata fortunata a capitare in questo non convenzionale e bislacco angolo milanese, dove chi è solo qui non lo è più.

La cambio io la vita che..

 

Sarà perché sua nonna paterna si chiamava Maria, come la mia, sarà perché è nata a Venezia, una delle città in cui amerei invecchiare e, perché no, anche morire ( “e dimmi che non vuoi morire”), sarà perché la prima volta che la incontrai, al mitico Premio Tenco, avrebbe gradito un gin tonic al posto del vino dell’infermeria tradizionalmente offerto da un oste d’eccezione, Francesco Guccini, ma Nicoletta Strambelli in arte Patty Pravo l’ho sempre amata. Riottosa alle regole ed alle imposizioni e destinata da subito alla musica, la piccola Nicoletta cresce in un clima sereno ed anti convenzionale con due nonni di ampie vedute ed estremamente liberali. Ragazzina estroversa eppure in grado di apprezzare intensi momenti di silenzio, come quelli condivisi con il poeta Ezra Pound che ha occasione di conoscere durante una “manca” da scuola e con il quale condivide, insieme alla sua compagna, lunghe passeggiate. Ma è il 1966 l’anno decisivo per quella che diventerà Patty Pravo, l’anno in cui, viaggiando con degli amici su un Maggiolino, approda al mitico Piper ideato dall’illuminato avvocato Crocetta, grande appassionato di musica rock e blues, che non appena la vede scatenarsi in pista con quell’allure particolare la precetta subito e le offre il più favoloso trampolino di lancio che un artista possa desiderare. Divertente è l’aggettivo più ricorrente del libro: perché per Patty, artista originale ed unica, tutto è più o meno divertente. E soprattutto ogni cosa accade nella sua vita surreale in maniera spontanea o casuale: per caso incontra Jimy Hendrix e si ritrova a girovagare per Roma, stipata in una Cinquecento con lui, in una notte in cui si dava la caccia all’ imprendibile Vallanzasca. Sono anni nei quali tutto sembra alla portata di mano per la bella e disinibita Patty, che ci confessa anche i suoi triangoli amorosi senza il minimo imbarazzo. Donna singolare, capace di allontanarsi nel deserto, una delle due misconosciute passioni, per settimane e di sparire dalle scene per lunghi periodi introspettivi ed estremamente privati. C’è spazio anche per il racconto dei suoi amori, oltre che dei suoi successi planetari in questa autobiografia scritta in maniera accurata. Quello che mi colpisce e che apprezzo in particolar modo è che non esistono parole recriminatorie nei confronti di qualcosa o qualcuno: quando si ama è per sempre, sembra suggerirci l’autrice, che ha vissuto ogni momento con la leggerezza e la spensieratezza del “qui e ora”, pur consapevole della straordinaria unicità della propria esistenza. Quella dell’ultima grande diva italiana.

Il Male

E così te ne sei andato anche tu, con i tuoi terribili crimini e misfatti sulla coscienza, anche se una coscienza non l’hai mai avuta. Charles Manson, fondatore della terribile Family, l’oscura setta che negli anni dell’amore libero strideva con i principi di pace e amore dell’epoca come il sale dentro al caffè, finalmente ha liberato il mondo della sua terrificante presenza. Perché lui era il Male. Quello che riconosci e che vuole essere riconosciuto come tale. Macchiandosi di uno dei più efferati delitti della storia, la
strage di Bel Air, nell’estate del ‘69 nella quale trovó la morte anche la bellissima moglie di Roman Polansky, Sharon Tate, incinta di otto mesi, si è consegnato alla leggenda. Gia, perché il giovane Manson non era altro che un musicista fallito ed incompreso, che riversò tutta la sua frustrazione in quella setta demoniaca che teneva in piedi manipolando le menti dei suoi adepti, giovani senza arte né parte e fanciulle tanto affascinanti quanto perverse. A queste ultime è ispirato il bel romanzo Le ragazze di Emma Cline, uscito lo scorso anno. Dunque nessuna commozione per la dipartita del mostro immolatosi alla causa del Male. Solo un’ultima riflessione, per un personaggio che ha comunque fatto parlare di se fino ad oggi: se il bambino che era in lui fosse stato desiderato ed amato, destino che si dovrebbe augurare ad ogni essere umano, se Brian Jones, anziché ridere sei suoi provini, avesse preso seriamente il suo lavoro di cantautore, se, un altro milione di se…forse quella strage si sarebbe potuta evitare. Per chi avesse la curiosità, forse un po’ morbosa, di indagare tra le possibili risposte, anche se una risposta al male semplicemente non c’è, andatevi a riascoltare la ghost track di Spaghetti Incident dei Guns n’Roses… sarete sorpresi di conoscere una struggente ballad. Firmata proprio da lui. Il Male.

Nick Cave and the Bad Seeds: straordinaria performance a Padova

Vedere un concerto di Nick Cave è un’esperienza mistica, essendo un personaggio sempre in bilico tra la dannazione e la salvezza. Tutt’oggi viene definito “principe delle tenebre”, descrizione in realtà fuorviante e limitante. Ma quando fa la sua comparsa, come ieri sul palco di un anonimo palazzetto dello sport a Padova, la sua presenza riempie lo spazio e il tempo. Si muove sul palco con movimenti vampireschi, catapultando i presenti in un’atmosfera onirica, a tratti fiabesca, a tratti orrorifica, sottolineata da quella voce profonda e incredibilmente virile che riesce senza preavviso a prendere note impossibili. I Bas Seeds sono dei signori eleganti dagli strumenti congegnati alla perfezione: l’armonia che regna tra loro non può che essere frutto dell’esperienza. Su tutti primeggia il magnetismo di Warren Wellis, che con il suo violino magico ti trascina nelle spire della sua fantasiosa dimensione. In questa tappa italiana dello Skeleton Tree Tour, che dopo Padova proseguirà per Milano e Roma, Nick Cave and the Bad Seeds non si sono risparmiati ne in termini di tempo ne di energie profuse. Alla prima parte dedicata alle canzoni del nuovo repertorio, dai testi impregnati di quel dolore e di quella tensione spirituale che da sempre sono la loro principale fonte d’ispirazione, segue il nucleo di alcuni dei più grandi successi della band, da The Ship Song a Tupelo, da Into my arms a The Weeping Song, mentre una scenografia minimale sottolinea attraverso poche, appropriate immagini, con uno studiato e sapiente uso delle luci, il pathos del live. Live che culmina nel finale, esplodendo nell’orgiastica esibizione di Stagger Lee, con un nutrito gruppo di fans in visibilio sul palco a cantare e ballare sotto la vigile regia del burattinaio australiano, che si dona generosamente al pubblico cedendo ad un bisogno quasi fisico di contatto e di sostegno. Dopo la tragedia, accaduta due anni fa, della morte del figlio quindicenne si nota che l’empatia con il proprio pubblico è per Nick Cave qualcosa di vitale, di irrinunciabile e di catartico. C’è spazio anche per la sua consueta ironia, che non risparmia commenti sardonici allo smodato uso della tecnologia ( fuckin’instagram). L’abbraccio finale con un fan ci regala un’immagine umana e persino commovente di uno dei più misteriosi e affascinanti protagonisti del dark rock contemporaneo.

7 minuti: l’importanza di dire no

Il film attualmente in programmazione su Sky diretto da Michele Placido, 7 minuti, mi induce a riconsiderare l’idea della sospensione del mio abbonamento: la televisione a casa mia è perlopiù un elettrodomestico da esposizione, raramente la accendo, quasi mai la guardo, fatta eccezione per i film e per X factor ( ho un debole per Manuel Agnelli dai tempi della nostra prima chiacchierata seduti per terra in un parco, una delle mie interviste per Match Music, nei gloriosi anni Novanta).
La storia raccontata è parzialmente ispirata ad un fatto realmente accaduto nel 2012, in una località dell’Alta Loira, che ha visto un manipolo di operaie protagoniste di una strenua battaglia per difendere i propri diritti lavorativi. Il film di Placido è ambientato a Roma, le protagoniste parlano tutte romanaccio, incluse rumene, etiopi, napoletane e albanesi. Il cast è strepitoso, tutte davvero brave e convincenti, persino la Mannoia che dimostra straordinarie doti da interprete, non solo di canzoni. Ottavia Piccolo è Bianca, portavoce delle operaie di una fabbrica tessile italiana i cui vecchi proprietari stanno cedendo le proprie quote ad una società francese. Tutto accade nell’ambito di una giornata, nella quale si decidono le sorti di centinaia di lavoratori attraverso un incontro con la nuova dirigenza, impersonata da un’altera signora francese la cui apparente gentilezza nasconde in realtà una natura subdola e un’insofferenza al modus operandi un po’ casereccio tipico di noi italiani: insomma, una vera stronza. Bianca deve riferire alle dieci rappresentanti le decisioni prese dalla nuova dirigenza: nessun licenziamento, ma ad una condizione, ovvero che tutti rinuncino a 7 minuti del proprio turno di riposo. Inizialmente la notizia viene accolta con entusiasmo se paragonata alla possibilità di perdere il lavoro. Ma sedute attorno ad un tavolo, nell’intento di cercare una risposta comune, si insinua in ognuna delle lavoratrici l’idea, fondata e reale, di essere vittime di un vero e proprio ricatto: i 7 minuti rappresentano semplicemente il primo passo per una più pericolosa e definitiva resa. Le reazioni sono multiformi: c’è chi vorrebbe accettare senza riserve pur di ricevere comunque uno stipendio a fine mese e c’è chi, come Bianca, da subito comprende l’inaccettabilità della proposta. Attorno a quel tavolo si parla, si discute, si alzano i toni, le mani, ci si accapiglia, si piange, si ride, si tirano fuori gli aspetti più bassi e vili dell’essere umano in condizioni di manifesta difficoltà e sopruso. Alla fine una decisione è necessaria e non esente dal sacrificio dell’incorruttibile Bianca, che si vede costretta ad abbandonare la nave. Eccezionale l’interpretazione di Ambra Angiolini nel ruolo di Greta, donna dura ed aggressiva che prende la vita a cazzotti (non solo metaforicamente, dato che pratica il pugilato). Sublime Violante Placido che interpreta un’impiegata costretta sulla sedia a rotelle in seguito ad un incidente, imbruttita, invecchiata, piegata dalla vita ma con la volontà di non cedere. Un film che ci insegna, si lo fa, a non chinare il capo di fronte alle ingiustizie e che regala speranza. La speranza che il coraggio serva a non farci morire prima del tempo.

Happy Birthday to Anthony Kiedis

Oggi è il compleanno di Anthony Kiedis, istrionico, camaleontico leader dei RHCP, che pare intendano sciogliersi dopo circa trent’anni di onorata carriera. Qualche anno fa lessi la sua autobiografia, Scar Tissue, che come recita il titolo stesso del suo libro allude alle molteplici cicatrici della sua vita. Una vita fatta di passione. Passione per la musica, per il sesso, per l’amore, per l’eroina, mortifera compagna di grandi avventure, sempre vissute in bilico tra la vita e la morte, sotto a quel ponte che è diventato metafora di un’esistenza al limite. Si è salvato, Kiedis, dal destino di morte precoce toccato a molti suoi coetanei, da Andrew Wood dei Mother Love Bone a Shannon Hoon dei Blind Melon. Vorrei dire che è stato l’amore per la vita a trionfare sul desiderio di autodistruzione e forse in parte sarà così. Ma probabilmente il caso ha decretato che quel ponte dovesse appartenere al passato e il presente gli ha donato invece una bellissima figlia, un nuovo giovane chitarrista, Josh Klinghoffer e tanto ossigeno nelle vene da sostituire a sister Heroin. Ma il racconto di quell’adolescenza segnata da travagliate storie d’amore e rock and roll, che hanno ispirato ad esempio le parole di Blood Sugar Sex Magic, lo dedichiamo a tutti quelli che credono che la vita non abbia senso se vissuta senza passione.

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Il premio Montanelli al Parenti di Milano

41824047-8CF3-4C07-B5C6-27092A2EF536Non capita tutti i giorni di cenare con il cardinale Ravasi, onore e piacere che ho condiviso con gli ospiti del Premio Montanelli, che quest’anno si è tenuto al teatro Parenti di Milano. Il cardinale Gianfranco Ravasi è stato insignito del prestigioso riconoscimento e per l’occasione, alla presenza di illustri ospiti come Ferruccio De Bortoli, Massimo Fini, ultimo premio Montanelli alla scrittura ed alla carriera, Aldo Grasso e persino Carla Fracci, ha tenuto una piacevolissima lectio magistralis dedicata a Indro Montanelli. Tre grandi temi sono stati oggetto della sua conferenza: l’antropologia, la società, la religione, menzionando parimenti scrittori francesi come Julien Green, autore della fulminante riflessione: “finché si è inquieti, si può stare tranquilli” e Gandhi, passando agevolmente dalle recenti teorie sul “multiverso” degli astro/fisici contemporanei alle Città invisibili di Italo Calvino. Il tutto condito da un’insolita ironia, perlomeno per un ecclesiastico e da una presenza scenica che non ammetteva distrazioni. Quando a cena ha trovato divertente un mio proverbio veronese: “ a ci non ghe piase el vin Dio ghe toga anca l’acqua”, conversando amabilmente con tutti i presenti, ho definitivamente capito che questa serata non la dimenticherò facilmente.

Free vegetables

IMG_6754I newyorkesi sapranno che per far sì che sulle loro tavole troneggi ogni giorno l’insalatina fresca le piante sono costrette a fare gli straordinari? Su questo verterà la puntata di Voyager del prossimo 8 gennaio, popolare programma Rai che sarà nuovamente in palinsesto dal 18 dicembre. Sabato scorso infatti, in occasione della 50esima edizione di Acqui Storia, prestigioso premio che si svolge ogni anno ad Acqui Terme, dove peraltro è stato insignito della targa Testimone del Tempo il giornalista e scrittore Massimo Fini, ho fatto una chiacchierata con Roberto Giacobbo, presentatore della manifestazione e conduttore del suddetto programma. In una tavolata in cui almeno tre non mangiavano carne, piuttosto naturale che la conversazione si sia indirizzata sulle nostre abitudini alimentari, in particolare sulla scelta vegetariana. Ed è a quel punto che ho appreso l’esistenza di quello che è stato ribattezzato come il lager delle piante, alle porte di New York: una gigantesca serra adibita ad una coltivazione intensiva particolarmente coercitiva. Le piante qui vengono fatte crescere in tempi più che dimezzati, costrette 24 ore su 24 sotto una luce artificiale, rimpinzate di sostanze dopanti esattamente come funziona già per maiali, mucche e polli. In pratica l’erba che arriva sulle tavole dei newyorkesi è tutt’altro che fresca. È artificiale. Tra non molto prepariamoci dunque a nuovi presidi vegani per il diritto alla vita delle piante, con tanto di cartelli del tipo: free vegetables. E poiché in natura qualunque specie vivente è senziente, sarà meglio abituarsi a mangiare i sassi.

Nessuno mi può giudicare

asiaL’accusa più frequente che viene mossa alle attrici di Hollywood che stanno accusando il potente produttore Harvey Weinstein è quella di un incomprensibile ritardo nella denucia di eventuali soprusi e violenze subite. Il caso più eclatante riguarda la nostrana Asia Argento, la cui accusa giunge vent’anni dopo. Non c’è bisogno di essere Giulietto Chiesa, (che viene spesso preso per visionario e dietrologo ogniqualvolta gridi a complotti internazionali) per capire che probabilmente il “sexy gate” Weinstein è espressione di un disegno politico nel quale potrebbero esserci in ballo questioni economiche rilevanti. Ma in ogni caso Weinstein è un laido soggetto che approfitta del suo ruolo e della sua posizione per costringere le donne a prestazioni sessuali, con la promessa di una lauta ricompensa in termini di popolarità. Sarebbe opportuno sospendere il giudizio morale che istintivamente ognuno di noi formula tra sè e sè, credendosi migliore o superiore degli altri (ma ricordiamoci ogni tanto che gli altri siamo noi) per provare ad immedesimarsi per una volta nel prossimo. Una ragazza di vent’anni, per quanto smaliziata, arrivista e priva di scrupoli, è pur sempre poco più che una ragazzina. Ricordo che io ho riposto a malincuore la mia collezione di Barbie in una scatola che tenevo sotto al letto al compimento dei miei diciotti anni…questo per dire che non dobbiamo ricorrere alla scienza per riuscire a comprendere il senso di disagio, di imbrarazzo, di frustrazione e di vergogna che si deve provare in una situazione di sopruso, anche se con apparente consenso. Io immagino un’attricetta rampante tutta eccitata all’incontro con il suo potenziale pigmalione al rientro dopo la serata in cui è stata umiliata e sottomessa, me la vedo che si insapona con rabbia sotto la doccia, che vomita l’eccesso di champagne (scadente di sicuro, perchè i ricchi sono pure tirchi) nel water prima di abbandonarsi sfatta sul letto e sperare di svegliarsi il giorno dopo avendo dimenticato l’accaduto. La chiave per provare a capire, qualori ci interessi, sta in una parola: rimozione. Se rimuovo ciò che è successo, potrebbe non essere mai accaduto. E forse è anche per questo che una prova a voltare pagina, si fa forza, va avanti nonostante questo ricordo disgustoso sia sempre li, attanagliato nel proprio animo, pronto ad emergere in maniera improvvisa ed inattesa come un cane che viene dall’inferno. Ecco che i vent’anni incriminati, ossia il lasso di tempo effettivamente intercorso tra l’ipotetica violenza e la denuncia, potrebbero assumere un altro significato. Se al bar sento dire “quella puttana se lè cercata” lo trovo orribile ed al contempo giustificato dal contesto, ma se le stesse frasi le leggo con orrore su giornali, social e altri luoghi deputati alla circolazione ed al commento di notizie mi chiedo se non abbia più dignità il burqua, ritenuto da noi liberali, liberi e democratici, una pratica umiliante della femminilità rispetto alla nostra barbara ed ottusa divisione tra puttane e suore. Agli occidentali, nella quotidiana ed ormai esasperata lotta contro l’invasore islamico, piace ostentare il proprio credo cristiano/cattolico. Allora ricordiamoci, buoni cristiani, che Cristo sentenziò tra le tante perle di saggezza “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Più modestamente Caterina Caselli cantava “Nessuno mi può giudicare”. Poichè auspico pur sempre un mondo migliore, vorrei citare il post di un musicista raffinato come David Sylvian, in difesa del gesto, condivisibile o meno, di Asia Argento: “what Asia Argento and others have done for women by exposing the patriarchal hierarchy at work in their industry. Immeasurable. True courage”. Da noi invece la macchina del fango non vedeva l’ora di oliare i propri ben rodati meccanismi.